

Sembra che la terzina di endecasillabi che i laghitani tradizionalmente compongono
e cantano al suono lento delle chitarre e dei mandolini, ogni anno alle calende
di gennaio, derivi dal trimetro giambico. La poesia giambica e` di oscura
origine e, secondo alcuni studiosi moderni, e` probabilmente di derivazione
tracio-frigia (1).
Questo genere di poesia fu perfezionato da Archiloco di Paro, un poeta greco
che secondo Erodoto (2) era vissuto tra il 690 e il 630 a.C..
Con Archiloco il giambo acquisto` tale perfezione che dopo di lui non vi fu
nessun miglioramento essenziale (3). Jacob Burckhardt scrive che questo poeta
introdusse anche una recitazione particolare per cui alcuni brani venivano
recitati secondo i toni ricavati dallo strumento.(4)
Altri brani pare che fossero cantati allo scopo di favorirne la diffusione
ed estenderne la popolarita`.
Il linguaggio utilizzato per le composizioni dei trimetri giambici rifletteva
il ritmo della lingua impiegata quotidianamente e si adeguava alla forma del
parlare rapido ed aspro che si contrapponeva al ritmo dolce dell'elegia. Soggetta
alle nuove esperienze del giornaliero e all'elaborazione del tradizionale,
la varieta` dei temi recitati o cantati non era facilmente contenibile.
La "strina" interpretava istinti, pensieri e sentimenti, in ogni
gamma possibile, e li affidava all'estro e al capriccio popolare. Il bisogno
di forme espositive piu' consone alla diversita` dei contenuti ha permesso
di variare l'impiego dell'endecasillabo sdrucciolo d'origine con la libera
alternanza di sillabe nelle posizioni toniche e atone del ritmo giambico.
Affidati a schemi meno riduttivi, gli argomenti preposti aumentarono, spaziando
da espressioni di disagio esistenziale e di aspirazioni ideali a studio di
natura e descrizione del soggettivo.
Si hanno cosi´ esempi efficaci di "strine"
atte a rimproverare garbatamente o mirate a schernire il diretto avversario;
strofe canzonatorie e umoristiche; versi sarcastici volti a ridicolizzare;
terzine d'amore appassionato verso una ragazza; testi di argomento politico;
inni alla propria terra; rappresentazioni anticipatrici della sceneggiata;
satire mordaci contro le donne: alcune generiche e non offensive, altre con
diretti riferimenti all'onore muliebre.
In questo fecondo rigoglio d'espressione popolare, i temi trattati
dalle "strine" attuali e la ridotta animosita` del loro linguaggio,
sembrerebbero indicare tendenze piu' riflessive e bonarie degli autori, i
quali hanno in parte ammansito il loro stile da "scrittori arrabbiati".
A tal proposito, il dottor Venturino Magliocchi di Lago ha affermato che,
sino alla meta` del secolo scorso, "la strenna era violenta, aggressiva,
diretta contro le persone, fatta di invettive feroci miranti a mettere alla
gogna i nemici e a fare vendette personali, tanto da paragonarsi alle satire
del poeta greco Archiloco che, si dice, scrisse dei versi tanto violenti contro
il futuro suocero da costringerlo ad impiccarsi per la vergogna. Oggi invece
si rifa` di piu´ alla satira di Orazio che "castigat ridendo mores"
cioe´ sferza il malcostume divertendo."(5)
Non essendo la fantasia creatrice conducibile alla freddezza di formule e
schemi, e all'aridita` di rigide applicazioni in tempi prestabiliti, nessuno,
al principio del terzo millennio, puo` prevedere tendenze, temi, numero, qualita`
e distribuzione nel tempo delle "strine".
Non e` pero` utopistico credere che la "strina" di Lago meritera`
le migliori fortune. La sua consolidata reputazione, distinguendola fra i
piu´ antichi componimenti di genere poetico con motivo popolare, ne
consacra i pregi della stesura classica tradizionale, l'originalita` delle
variazioni qualitativamente non riduttive, e la grande diffusione locale e
regionale.
1. Cfr., G. Setti - Storia della letteratura greca - Pag.
65 - Sansoni -Firenze, 1957
2. Cfr., Erodoto - Le storie - Lib. 1, 12. Pag. 36 - Mondadori, Milano,1982
3. Cfr., Jacob Burckhardt - Storia della civilta` greca - Vol. 1, pag.1112
- Sansoni, Firenze, 1974
4. Cfr., Jacob Burckhardt - Storia della civilta` greca - Vol. 1, pag.1112
- Sansoni, Firenze, 1974
5. Cfr., Parrocchia viva e aperta - Anno X - N. 1 - pag. VI - Lago,1980
Il motivo musicale
Ogni anno, verso la fine di dicembre, quando la fredda
luna inargenta Il cielo nelle serate laghitane, si odono le chitarre che accennano
il ritornello della "strina".
Per la gente del paese e delle contrade il motivo musicale della "strina",
antico e durevolmente concreto, è capace di generare allegria in ogni
casa.
Cosí, ormai per tradizione, esso accomuna e rappresenta, con il paesaggio, la gente e la sua cultura.
Le origini della "strina" rimangono affidate al mistero della musica piú antica. Le prime tracce sono forse riscontrabili nella remota storia greca, secondo la quale aedi e rapsodi tramandavano da una generazione all’altra i racconti, spesso d’ispirazione mitologica, che essi cantavano accompagnandosi con la lira.
Uno dei molti esempi di questa tendenza ci è offerto dai giambi di Archiloco di Paro, i quali venivano accompagnati dal suono di uno strumento a corda chiamato dagli antichi giambica triangolare (1) ed erano declamati da un certo Simonide di Zacinto (2).
Questi vati, poeti, epici e citaredi, cantavano di consueto
davanti a un pubblico eterogeneo e ordinario, nel corso di manifestazioni
semplici e dimesse.
Il "cantastrine" laghitano di oggi, accompagnandosi con la chitarra,
canta le sue "strine" portandole di casa in casa agli amici, esibendosi
anche lui davanti al modesto pubblico d’ogni giorno.
In quanto alla tecnica, gli esperti suonatori della "strina" affermano che la chitarra deve essere pizzicata con le dita come era pizzicata la lira di una volta.
Il motivo musicale della "strina" laghitana, dunque, sembrerebbe aver sapore di classico popolare, forse richiamando quello degli aedi e dei rapsodi dell’antica Grecia.
Per gentile concessione del laghitano Luigi Scanga pubblichiamo lo spartito musicale della "strina", proposta nella sua stesura classica tradizionale:
1. Cfr., Jacob Burckhardt – Storia della Civiltà Greca – Vol. 1 – pag. 1112 – Sansoni – Firenze, 1974.
2. Cfr., Jacob Burckhardt – Storia della Civiltà Greca – Vol. 1 – pag. 1027 – Sansoni – Firenze, 1974.
(clicca sull'immagine per ingrandire)
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